la danza sul territorio di confine dell'amore è iniziata sull'erba calda del sole delle tre, al prato della valle. Un ragazzo giocava a frisbey a torso nudo e due adolescenti si baciavano stretti. C'era un cane di media taglia, forse un labrador, correva da una parte all'altra per inseguire il bastone di legno che si lanciavano due ragazzi per farla giocare.
Era femmina, e aveva il mio stesso nome. Mi sentivo come dentro ad un'allegoria della primavera, ma fuori luogo, come uno di quei melograni incolti e ancora appeso ai rami alti dell'abero, fuori stagione. L'ombra dei non detti erano nuvole di un temporale, che doveva arrivare.
Perchè poi? "Tendi a saggiare i limiti di una relazione, l'hai mai notato?" è quella frase me la sono tatuata addosso come un'etichetta di importazione. La sento come una zanzara la notte, da quando è scesa la pioggia ha smesso di pungere, ma ronza per dirmi che c'è per restare, almeno fino a quando non saprò darle un altro nome.
E le parole che scelgo di tacere, per tenere viva la danza in morte dell'amore, sono quelle di cui mi sono messa alla ricerca, sai, non è difficile vedere che spingerti via mi da un ritorno in moneta d'amore, non solo lacrime e pause di silenzio che durano tanto a lungo da farsi leggere tra le righe.
In ballo c'è la mia identità, l'esigenza d'essere riconosciuta una presenza importante e altro da decifrare. Le carezze sulla pancia, sul prato dell'orto dietro casa, avevano il sapore di un desiderio di paternità profuso d'amore. Mi sentivo un contenitore, come un vessillo che serve per traportare un bene caro dal lato della riva che è più sicuro.
Dalla fucina di possibilità anonime, tendenti all'infinito, fino alle tue braccia di padre sicure. Ma la donna che sono, caro, l'ami? O solo la madre che potrei diventare?
Nell'allegria tesa del parco lambro, prima di piegare insieme il plaid steso al mattino per il picnic, prima d'andare, hai taciuto dove non era la certezza che potesse legittimare.
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